<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920</id><updated>2011-07-07T14:33:40.094-07:00</updated><category term='La sauna'/><category term='Una corsa intorno al fuoco (Racconti di Jaņi)'/><category term='Indizi di una vita'/><category term='Due colpi alla porta'/><category term='Una felicità inspiegabile'/><category term='Il giorno di San Martino'/><category term='Frammenti'/><category term='Kaprinsky'/><category term='Erba medica'/><title type='text'>Nel retrobottega</title><subtitle type='html'>Dove si scorzano cortecce tenere di betulla
da far fogli, venisse incauta voglia di scriver roba</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>8</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-537331131049375694</id><published>2010-09-29T01:09:00.001-07:00</published><updated>2010-09-29T01:09:52.986-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='La sauna'/><title type='text'>La sauna</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="mso-pagination:none;mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  &gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: 15px;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia, serif; font-size: 16px; "&gt;&lt;span style="font-size: 11pt; font-family: Georgia; "&gt;Il fruscìo ovattato del contatto elettrico del filobus numero 14 attraversava l'aria umida e nebbiosa del quartiere di Purvciems. Una notte acquosa e dal sapore di piombo.&lt;br /&gt;P&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;ёtr Vasil'ič Dolkin uscì dal portone del suo palazzo a due piani, che l'orologio della stazione di smistamento dei tramvai segnava le due. Lo prendeva l'insonnia, da oltre dieci anni, da quando aveva creato il suo piccolo impero di immobili. Erano le preoccupazioni, l'angoscia per gli affari, l'avidità che gli attanagliava la gola e lo strozzava già al primo sonno. Tornava dal lavoro a sera inoltrata, mangiava svelto la kaša che gli aveva preparato Sonja, e dopo il notiziario in lingua russa delle dieci si infilava a letto. Poi un senso di soffocamento lo risvegliava di colpo. Si alzava silenziosamente per non svegliare sua moglie Vera, si vestiva di tutto punto e usciva. Ogni notte.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Il cielo di Riga era nero, lucido e compatto. Sembrava avesse smesso di piovere, così quella notte Piotr Vasil'ič strinse l'ombrello sotto il braccio, impugnò deciso il bastone e s'incamminò per il lungo viale che conduceva al canale. Il suo passo era breve e deciso, il bastone lo teneva più per figura. L'unico vezzo che si conoscesse a quell'uomo di mezza età grassoccio e dal colorito paonazzo, che possedeva palazzi in tutto il Baltico e nella regione di Pskov, ma che non aveva rinunciato ad abitare nel quartiere operaio dove viveva quando era un anonimo funzionario di un azienda statale sovietica che produceva materiali elettrici. Un grigio quadro intermedio, e tale era rimasto nel suo tenore di vita anche oggi che deteneva una fortuna.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Giunto nei pressi del canale scese per la piccola scaletta che dava sul camminamento. Apri la porta del locale e sentì il suono metallico dei giochi automatici nella saletta accanto alla sala del caffè. Il vecchio Grigorij gli venne incontro uscendo da dietro il bancone e si affrettò a prendergli cappotto, bastone e cappello.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Salve Pёtr Vasil'ič, che notte impossibile eh!"&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Eh Griška, sono tutte uguali le notti. Tutte impossibili."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Volete un bicchierino prima di andare? Ho già preparato tutto."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"No vecchio mio, niente bicchierino, ho lo stomaco in fiamme. Andiamo."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Presero lo stretto corridoio interno che dava direttamente sul canale, da cui saliva una nebbiolina fredda. Il vecchio mužik strascicava il passo rumorosamente sul pavimento di legno e ansimando raggiunse la porta della casetta numero 36. Aprì e si spostò per far entrare il suo illustre cliente. Il caldo soffocante investi in faccia Piotr Vasil'ič che si richiuse la porta alle spalle e restò solo nella minuscola anticamera. Si spogliò, appese i vestiti alla parete ed entrò nella stanza dove in una stufa sfrigolavano sotto una cenere iridescente i resti di alcuni ceppi di faggio. Il termometro della sauna segnava gli ottanta gradi. Dolkin si sedette sulla panca accanto alla stufa, prese dal secchio un mestolo d'acqua e lo versò sui sassi roventi posati sopra la stufa. Una potente nuvola di vapore caldo si alzò dalle pietre e lui ci immerse il volto che arrossì e comiciò a lacrimare. Poi prese un ramo di betulla e cominciò a battersi vigorosamente le spalle e la schiena.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Di ritorno dalla sauna Dolkin si sedette al tavolino dove il vecchio Griska gli aveva versato il tè di tiglio, che fumava attraverso un piccolo spiraglio sotto al piattino che copriva la tazza, e alcuni &lt;i&gt;zakuski &lt;/i&gt;ai semi di papavero. Dolkin esausto per la sauna sorseggiò un po' di tè e addento un pasticcino.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Griska gli si accomodò in una sedia accanto.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Sapete Pёtr Vasil'ič di quel tale - cominciò a raccontare il vecchio facendoglisi vicino - che cercava di vendere il suo pappagallo?"&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Racconta Griška!" fece Dolkin.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Vedete, oggi i tempi sono diversi, si mangia in abbondanza, c'è lusso dovunque, i giovani soprattutto non ci fanno più neanche caso. Ma i giorni successivi alla rivoluzione, quelli erano terribili, sul serio. Le città non avevano di che mangiare, e si vendevano tutto alle campagne. Se uno andava in giro per le case dei contadini, ci poteva trovare ogni ben di Dio, cassapanche come nuove, specchi che sembravano appena usciti dalla vetreria, orologi a cucù, attaccapanni di bronzo. I cittadini si vendevano qualsiasi cosa per avere un sacco di farina, qualche uova, un po' di patate. Un tizio che viveva in città aveva una moglie a cui era venuta l'uggiola di pane con il lardo."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Ih, pane col lardo - sogghignò Dolkin. Anche a quei tempi le mogli ne avevano di voglie..."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;/span&gt;"E questa, Pёtr Vasil'ič, doveva essere una di quelle che non ne lasciavan persa una. E così spinse suo marito a prendere il suo pappagallo e a portarlo in campagna, per venderlo a qualche contadino. Sapete come va con certe donne, non le sposti da un'impuntatura neanche con sei cavalli da tiro."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Lo so, vecchio mio, eccome se lo so! Va' avanti."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Dunque quel tizio ci andò in campagna. Il pappagallo era proprio bello, rosso e verde, come nelle stampe. Ma non si comportava come quei pappagalli allevati da qualche comune cittadino russo, che imparano a dire solo "&lt;i&gt;stupido&lt;/i&gt;". No, quello veniva dalla collezione di animali esotici di una contessa che era deportata e doveva vendere i suoi beni per strada prima che la portassero via. E quel pappagallo non faceva che ripetere "charmant". Insomma, fu un bell'affare per quel tipo, che lo acquistò per pochi copechi ed era sicuro che avrebbe fatto un grande effetto fra i contadini nelle campagne."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Già, voglio proprio vedere il contadino che a quei tempi si comprava un pappagallo" commentò Dolkin.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small; "&gt;"Beh uno lo trovò proprio all'inizio del suo viaggio - continuò Griška - ma per il pappagallo offriva solo un sacchetto di grano, e lui rifiutò. Come faceva a tornare dalla moglie con un sacchetto di grano se lei pretendeva pane e lardo."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: small; "&gt;"Dio ci scampi!" fece Dolkin.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Del resto quel tizio era sicuro di vendere il pappagallo per molto di più. E in effetti nei villaggi dove si recava tutti si interessavano al pappagallo. I bambini, vi potete immaginare in quegli anni dei bambini di campagna alla vista di un pappagallo, impazzivano, lo stuzzicavano con i bastoncini, gli scompigliavano le piume. Ad un certo punto, in un villaggio oltre il Volga, una vecchia contadina stava per comprarlo per un bel po' di farina, ma un soldato si volle mettere in mezzo e la sconsigliò. Gli disse che un pappagallo che non diceva "stupido", ma solo una incomprensibile parola francese, era di certo un pappagallo falso. Così l'affare andò a monte."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Dolkin seguiva il racconto compiaciuto, mentre mangiucchiava i pasticcini.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Il tizio - prosegui il vecchio Griška - continuò a portare in giro il pappagallo, che però era stravolto, tutto arruffato, e aveva persino smesso di mangiare. Quando alla fine trovò un contadino interessato a comprarlo e sollevò il panno con cui teneva coperta la gabbia per mostrarglielo, si accorse che il pappagallo giaceva sul fondo con le zampe per aria. Si può immaginare il suo sconforto! Allora il contadino mosso a compassione si offrì di comprargli almeno la gabbia, che a prezzo di mercato a quei tempi valeva sei uova. E fu davvero un peccato perché quel contadino era un appassionato di pappagalli, e sarebbe stato disposto a comprarglielo per quattro sacchi di farina, malgrado lo "charmant". Sapete a quei tempi quanto di quel lardo ci si poteva comprare con quattro sacchi di farina?"&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Eh, così va la vita - fece Dolkin. A volte è una questione di tempo e di fortuna. Ma ora forza, lasciami indovinare: Babel’?"&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"No" rispose Grigorij.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Allora Pil'njak!"&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"No, nemmeno Pil'njak".&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Allora dunque, dimmelo tu - disse Dolkin. Hai vinto una mancia supplementare anche stanotte."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Il vecchio Griska accennò una sorriso: "Zoščenko."&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;"Certo, lo dovevo immaginare! Solo Zoščenko poteva scrivere una storia così! Però, vecchio mio, se ti fossi messo a narrare un racconto di Zoščenko, in quegli anni là, avresti fatto una brutta fine. Tieni e fatti una bevuta" gli disse infine Dolkin allungandogli un biglietto da dieci lats, cinque per la storia, e altri cinque per non aver indovinato l'autore.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Uscì dal locale che stava quasi albeggiando. Il cielo scuro di Purvciems mandava brevi bagliori d'aurora fra le nuvole plumbee.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Il vecchio Grigorij osservava dalla piccola finestra accanto al bancone del bar il suo benefattore allontanarsi. Era già da cinque anni che immancabilmente Dolkin passava tutte le notti alla sauna e lasciava una buona mancia al vecchio per le storie che ogni volta, dopo la sauna, Grigorij gli raccontava.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;Gli piaceva che durante le sue notti insonni, il vecchio lo conducesse attraverso le storie di Puskin, di Bunin, di Afanas'ev, di Babel' o delle vecchie byline.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;E sulle guance cadenti e ispide di rada barba bianca di Grigorij si allungò un amaro sorriso, al pensiero dei suoi anni siberiani, quando nel lager si guadagnava un giorno di vita per volta raccontando ai criminali comuni i romanzi dell'ottocento. Lo tenevano al caldo, gli davano da mangiare, lo proteggevano solo per le storie che sapeva raccontare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-family: Georgia; font-size: 15px; "&gt;E pure adesso che era vecchio doveva un pezzo del suo pane a quelle storie.&lt;span&gt; &lt;/span&gt;Questo gli pareva perfino più strano.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-537331131049375694?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/537331131049375694/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=537331131049375694' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/537331131049375694'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/537331131049375694'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2010/09/la-sauna.html' title='La sauna'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-1256828671376702935</id><published>2010-06-07T01:30:00.000-07:00</published><updated>2010-06-08T00:20:46.597-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Kaprinsky'/><title type='text'>Kaprinsky</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" align="center"&gt;&lt;?xml:namespace prefix = o /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;1&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="left"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;Un omino scuro scuro, con un cappello a bombetta e un piccolo ombrello verde. Lo vedevo scendere piano per il sentiero che dai boschi ombrosi di carpini costeggiava un piccolo lago alpino e conduceva fino alla pensione.&lt;br /&gt;Sullo specchio d'acqua batteva una finissima pioggia, fresca. Il vecchio non sembrava disturbarsene.&lt;br /&gt;Dalla finestra di camera mia la figura dell'omino sotto la pioggia sapeva di ridicolo e triste, vi assicuro. Era senz'altro vecchio, piccolo e incurvato su un bastone nodoso, storto quanto lui. L'ombrello gli si parava sopra, ondeggiando alla volontà del vento, come un peso enorme per il braccio tremante che lo teneva. Infine scomparve sotto il pergolato della pensione.&lt;br /&gt;Cercavo in quel luogo di villeggiatura per vecchi e piccoli borghesi di fine impero, i colori di una certa alba che aveva colto un giorno il mio poeta. Quello che studiavo da tre anni.&lt;br /&gt;Cercavo quel tono d'alba rosa, i profumi del temporale nei boschi alpini di giugno, e le resine odorose delle abetaie.&lt;br /&gt;Sul letto mi erano rimasti, sparpagliati in una confusa sommossa di fogli, i versi del poeta e le mie ricerche. Mentre la pioggia finissima si tramutava in un ultima agonia di temporale, finii preda nella piccola poltrona di un sonno profondissimo e senza pensieri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Appena scesi lo vidi subito. Sedeva già, intento a mangiare quand'erano appena le sei di sera, al tavolino in un angolo del ristorante della pensione. La bombetta appoggiata al tavolo, accanto alla scodella con la zuppa di cipolle. Un canuto, piccolo vecchietto di fine secolo.&lt;br /&gt;Quello che non mi aspettai, fu il sorriso buono con cui mi salutò. Era qualcosa di semplice e generoso. Come fosse un'abitudine.&lt;br /&gt;La signora Meyer mi indicò il tavolo, che era proprio di fianco a quello del vecchio.&lt;br /&gt;Si alzò: "La padrona le ha riservato un ottimo tavolo, ottimo per la verità! Ecco, mi presento, Victor Kaprinsky."&lt;br /&gt;Io borbottai appena il mio nome, facendolo seguire da un "Piacere", mentre non so perché gli osservai le scarpe. Degnissime scarpe, di un cuoio nero e lucido come se ne vedono poche in giro dopo i temporali alpini di giugno. Se le era cambiate per scendere a tavola, naturalmente.&lt;br /&gt;Cosa mai avrebbe voluto adesso, dopo le presentazioni? Intavolare una curiosa discussione sulla variabilità del tempo da queste parti, sulle amenità del luogo, o qualche sagace aneddoto sugli ospiti della pensione? O forse, dio ce ne scampi, sulla padrona e sulle modalità di assegnazione dei tavoli del ristorante?E invece, semplicemente, mi guardava. Aspirava la sua zuppa di cipolle. E poi, ad ogni immersione del cucchiaio nella scodella, mi guardava. Sembrava come soppesarmi, quasi volesse valutare se avevo i requisiti in regola per qualcosa che solo lui conosceva.Fu un buffo scherzo, rispondere ai suoi sguardi con altrettanti sguardi. Ma vinse lui, perché io mi stancai presto e poi mi servirono da mangiare."Lo sa cosa rende questo posto una meravigliosa mèta di villeggiatura?" &lt;br /&gt;Questo lo disse dopo che aveva già finito da tempo la sua zuppa e il tortino di noci, mentre io ero appena alle prese con un cosciotto di agnello.&lt;br /&gt;"Glielo posso senz'altro dire, giovanotto, io che frequento questo luogo da oltre trent'anni. E’ la cortesia, l'amabilità vorrei quasi dire, che contagia ogni persona, turista, villeggiante che sale per queste montagne per le vacanze estive. Un vero miracolo, se ne esce tutti migliori, mi creda, di come vi si è arrivati."&lt;br /&gt;"Ah, ecco. Dunque c'è qualche speranza anche per me, immagino."&lt;br /&gt;"Ma certo, giovanotto! Troverà in queste montagne, in quei colori che si rincorrono al sole dopo i temporali del primo pomeriggio, un balsamo formidabile per le sue malinconie. E nel calore e nella gentilezza della gente che viene qui, un eccellente medicamento per ogni malumore. Se ne fidi, mio caro!"&lt;br /&gt;"Io cerco solo un'alba perlacea, e l'odore delle resine in un abetaia, e poi se possibile stendermi sotto un carpino che mi regali silenzio. Crede sia possibile?""Oh, ma sicuro! - rispose lui. Le albe da queste parti sono una meraviglia, e se vuole, conosco un sentiero che porta ad un vero boschetto di acacie. Da non crederci il profumo che si sprigiona da quel piccolo scrigno quando si aprono in fioritura. In quanto ai carpini, ve ne sono a volontà. Dunque lei è un romantico? Formidabile, davvero formidabile!"&lt;br /&gt;"Un romantico?"&lt;br /&gt;"Ma sì, certo! Un romantico, e con ogni probabilità un artista, vero? Mi lasci indovinare, un pittore forse? O un poeta!"&lt;br /&gt;"Sono uno studioso, per così dire. Un ricercatore, veramente. Anche se la poesia è in effetti l'oggetto della mia ricerca. O per meglio dire, i soggetti della poesia sono l'oggetto della mia ricerca."&lt;br /&gt;Poi dato che avevo finito il mio cosciotto di agnello e volevo essere sveglio per la mia prima alba in quella montagna, salutai il vecchio prima che riprendesse a parlare e me ne andai a dormire.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="center"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;2&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="left"&gt;&lt;br /&gt;Era ancora notte quando uscii dalla pensione. Una sottile lanugine di nuvole lambiva la luna. Presi a salire verso il picco della Costanza. Avevo trovato qualche informazione sui luoghi che il mio poeta frequentava nei suoi soggiorni da queste parti, una cinquantina di anni prima. Il picco della Costanza era uno di questi: amava specialmente salirci sul far del giorno, col fresco. Forse era lì l'alba che cercavo.&lt;br /&gt;Raggiunsi il picco poco prima che un cielo color del piombo si screziasse dei primi bagliori d'aurora. Presi foglio e penna e mi misi ad osservare oriente. I primi graffi di luce sull'orizzonte furono d'un tratto inghiottiti da un ampio bagliore opalescente, quasi un latte che si riversava su tutto il panorama. Non era propriamente rosa quell'alba, ma una sorta di battesimo iridescente. Annotai qualche appunto per rifletterci in seguito, e ripresi il cammino verso valle.&lt;br /&gt;Mi fermai in una locanda a mezzo monte per mangiare qualcosa e quando ero già nei pressi della pensione, a giorno fatto, incontrai il mio Kaprinsky che raccoglieva fiori.&lt;br /&gt;"Mio caro, che piacere vederla così di buon ora! Ah già, mi diceva che era in cerca di albe. Dunque, è rimasto soddisfatto di quella odierna?"&lt;br /&gt;"Non saprei dire esattamente. Non ho trovato il rosa che mi aspettavo, piuttosto un cielo d'alabastro graffiato d'arancio. Una cosa da togliere il fiato ugualmente, suppongo."&lt;br /&gt;"Lei è un romantico, lo sapevo."&lt;br /&gt;Stavo per ributtargli addosso quella stupida sentenza. Era già la seconda volta che mi dava del romantico, e la cosa stava diventando ridicola. Ma in quello stesso momento il vecchio mi lanciò un grido quasi disperato: "Non lì, la prego! Si fermi! Ecco, guardi, stava pestando un'acetosella! Le sto cercando ovunque stamani, ho intenzione di prepararne un mazzetto per miss Matilda, le piacciono talmente le acetoselle!"&lt;br /&gt;Con il piede ancora a mezz'aria, feci una specie di giravolta e mi voltai diretto alla pensione. Gli tenni addosso appena lo sguardo, giusto per vedere con quanto fanciullesco entusiasmo si precipitava sull'acetosella che avevo risparmiato. Lo lasciai lì sui prati in fiore. Non avevo nessuna voglia di sapere chi fosse Matilda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ogni caso era chiaro che non sarei scampato al mio destino. All'ora di pranzo, quando al ristorante servivano il dessert di panna e lamponi, Kaprinsky, incurante della mia volontà, mi aveva già ragguagliato sulla sua protetta.&lt;br /&gt;Matilda era la graziosissima madre di due altrettanto affabili ragazzi, Filip e Theodor. Vedova da alcuni anni, passava con i figli le vacanze estive in quella montagna, in una pensione vicina alla nostra. Il mio Kaprinsky aveva stabilito una tenera amicizia con la giovane vedova. C'era d'altronde qualcosa che potesse essere men che tenero per Kaprinsky?&lt;br /&gt;Mi disse delle passioni floreali della giovane signora, delle tribolazioni della sua vita passata, del sorbetto all'amarena, della scuola militare a cui era destinato il primogenito Filip, delle birichinate del piccolo Theodor; mi raccontò della prima volta che si incontrarono, del ciondolo che le cadde per caso, della paterna comprensione per le afflizioni di quella donna, delle premure, i piccoli regali, le frasi di conforto, la gioia di vedere i due ragazzi saltargli addosso ad ogni loro incontro, le attese per l'estate successiva, per i successivi incontri.&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="center"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;3&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="left"&gt;&lt;br /&gt;Seguirono giornate in cui cercai i silenzi delle abetaie nelle vallate vicine, le resine profumate e trasparenti, gli aghi dei larici e dei cespugli di mughi, che certe volte andavo a raccogliere fra i roccioni inaccessibili, per farne poi piccoli fuochi odorosi.&lt;br /&gt;Scrivevo appunti e rileggevo, mi portavo dietro talvolta le carte del mio poeta, per cercare di scoprirne, nei paesaggi vivi che aveva percorso, il senso emotivo, la ragione di un rabbrividire improvviso, di una subitanea, nascosta gioia allo scoprire un profumo, di quel senso di abbandono di fronte ai colori delle albe. Cercavo le origini di quelle emozioni, come un scienziato può studiare gli strobili e analizzare il percorso che ogni singolo seme compie per andare a far nascere un alberello di pino mugo negli anfratti delle rocce alpine.&lt;br /&gt;Vi era in me una ostinazione perversa. Quella di piegare gli slanci delle passioni ad una specie di classificazione chimica. L'alba rosa del mio poeta era davvero rosa? L'alabastro del cielo che io vidi nella prima alba, poteva piegarsi ad un volontà del cuore, che stabiliva in rosa la sua tonalità, la sua percezione? E che significava esattamente quel rosa? E che ne era del moto di compassione che ne scaturiva, da quale profondo recesso dell'anima proveniva? Oppure era semplicemente la rètina dell’occhio a scomporre quella chimica in un’alba di perla e a restituire alla vista quella meraviglia?&lt;br /&gt;Kaprinsky in quei giorni pareva perennemente di buon umore. Saltellava da un sentiero ad un altro, da un caffè ad una locanda, dalla nostra pensione a quella della sua Matilde, che ancora non avevo mai incontrato, ma che il mio omino andava a trovare ogni giorno puntualmente all'ora del tè o della passeggiata pomeridiana, ed ogni sera a cena me ne raccontava.&lt;br /&gt;Una mattina lo vidi uscire dalla pensione con un grande mazzo di gigli rossi e genzianelle, adornato da piccole campanule di prato tutto intorno. Mi disse, con una gioia infantile, che era invitato a pranzo alla pensione della sua giovane amica, e che aveva deciso di preparare un mazzo di fiori con i colori che immaginava quel giorno potesse indossare Matilda. Nella borsa teneva invece due album da disegno e alcune decalcomanie da regalare ai ragazzi.&lt;br /&gt;La giornata trascorse stancamente. Nei cretti terrosi dei calanchi, sui praticelli a pascolo, fra le terrazze di vigne basse a mezzo monte, maturava lento al sole un pomeriggio sugoso di fragole e melograni. Mi trascinava nei sentieri delle abetaie e delle prime stellarie in fiore una noia dolciastra e pigra, che mi faceva compagno dei voli dei calabroni, dei bombi che amoreggiavano sulle rare rose canine al limitare del bosco.&lt;br /&gt;Il sole di giugno stava giusto appoggiandosi sulle cime degli abeti nel costone più alto della montagna di fronte, quando sentii da lontano un verso di passi strascicati sul sottobosco e una specie di mugghìo umano, soffocato e dolente. Più che i passi si avvicinavano, scorsi fra i profili dei tronchi di carpini, una figura che avanzava. La prima cosa che riconobbi fu la bombetta, poi il mio Kaprinsky alzò lo sguardo dalla sua cantilena lamentosa, e vedendomi lanciò un'urlo di strazio, piangendo parole all'inizio incomprensibili.&lt;br /&gt;Quando Kaprinsky riuscì a dominare un poco quell'emozione violenta che lo squassava, potei decifrare le frasi ansimanti che stava pronunciando.&lt;br /&gt;"Una sciagura! Mio dio, com'è possibile! Una sciagura, presto, bisogna chiedere aiuto!"&lt;br /&gt;"Ma cosa è successo?" gli chiesi io.&lt;br /&gt;"Mio dio, Matilda e i bambini sono caduti, capisce! Sono caduti lungo il costone che conduce ai calanchi! Passeggiavamo, poi loro hanno voluto scendere lungo un pendio per catturare una farfalla, e li ho visti cadere, prima Theodor, poi Filip, e dietro la loro madre che cercava di afferrarli!&lt;br /&gt;Una tragedia! Non sono riuscito a scendere giù per il costone, per vedere dove fossero caduti. Poi sono corso via, non ho più fiato né forze per la corsa, la prego chieda aiuto alla pensione, corra!"&lt;br /&gt;Lasciai Kaprinsky e corsi disperatamente alla pensione.&lt;br /&gt;Trovai la signora Meyer e il suo aiutante Kristof, e ripetei quelle scarne informazioni che mi aveva dato Kaprinsky.&lt;br /&gt;"Presto, ho trovato il signor Kaprinsky nel sentiero che porta al bosco di acacie, mi ha informato di un terribile incidente! Due bambini e una donna sono precipitati da un costone della montagna in un dirupo, non so bene. Dobbiamo organizzare una squadra di soccorso, non c'è un attimo da perdere".&lt;br /&gt;"Kaprinsky?" chiese la signora Meyer.&lt;br /&gt;"Sì, Kaprinsky era con loro, quando è accaduto l'incidente. E' corso via per chiedere aiuto, ma le vittime sono due bambini e la loro madre!"&lt;br /&gt;"Come si chiamano?" chiese Kristof.&lt;br /&gt;"Ma cosa vi importa adesso come si chiamano, neanche me lo ricordo! Insomma... la donna Matilda, e i bambini credo Filip e Theodor. Devono avere circa dieci e cinque anni, ma adesso facciamo presto!"&lt;br /&gt;La signora Meyer si lasciò cadere sulla sedia con un gesto di insofferenza. Kristof invece, impassibile dietro il banco del bar, versò un grog in un bicchierino.&lt;br /&gt;"Tenga - fece offrendomi il bicchiere - beva questo, io vado a riprendere Kaprinsky."&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="center"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;4&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="left"&gt;&lt;br /&gt;Fu la signora Meyer a raccontarmi tutta la storia.&lt;br /&gt;"Kaprinsky - iniziò la Meyer - passava le sue vacanze estive molti anni fa in quelle montagne, con moglie e figli, ovvero Matilda, Filip e Theodor. Una estate di circa trenta anni fa passò un periodo di villeggiatura da quelle parti anche un capitano dell'esercito imperiale. Il capitano si innamorò di Matilda, che non seppe resistergli. Al termine di quella vacanza lasciò il marito e portandosi dietro i figli seguì a Vienna il capitano. In seguito si trasferirono sul Bosforo, dove lui fu inviato come addetto militare alla Ambasciata in Turchia. Kaprinsky non vide mai più né la moglie né i figli. &lt;br /&gt;Ne rimase sconvolto ma ebbe la forza per riprendere la sua vita di rappresentante di commercio senza lasciarvi entrare più nessuna donna, e continuò a venire qui per le vacanze estive.&lt;br /&gt;Ma circa sei anni fa ebbero inizio i segnali di instabilità. Cominciò a simulare incontri con Matilda e i figli, che lui immagina ancora all'età in cui li perse. Si figura di incontrarli come un vecchio amico di famiglia, di intrattenersi con loro in pomeriggi di cordiali passeggiate e chiacchierate. Al termine della villeggiatura poi inscena una disgrazia, la morte di Matilda e dei bambini.&lt;br /&gt;Alcuni anni fa avevamo come ospite alla pensione un illustre psicanalista, che studiò il fenomeno di cui patisce Kaprinsky. Ne concluse che il pover'uomo rivive ogni estate la sua tragedia, cambiandone però il finale, trasformando quell'umiliazione e quel terribile colpo, in una storia e in un dolore che sia almeno accettabile, e su cui poter finalmente piangere.&lt;br /&gt;Così - concluse la Meyer - da cinque o sei anni, alla fine della sua vacanza Kaprinsky simula la morte della moglie e dei figli. Spesso li fa cadere da qualche costone di montagna, altre volte li annega nel laghetto. Un anno, pensi, si inventò addirittura l'aggressione di un orso.&lt;br /&gt;Ormai ci siamo abituati. Quest'anno abbiamo capito subito che aveva scelto lei, come complice della sua fantasia. Un pover'uomo, che si meritava una sorte migliore, mi creda."&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="center"&gt;&lt;br /&gt;5&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-family:georgia;"&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  style="font-size:medium;"&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="left"&gt;&lt;br /&gt;Incontrai di nuovo Kaprinsky il giorno dopo, alla fermata dell'autobus che lo riportava a casa. Una vecchia valigia di cuoio consunto, la bombetta in mano, nell'altra il bastone di ciliegio, e ai piedi le scarpe nere lucidissime. Se ne stava seduto sul bordo della panchina con un mezzo sorriso triste che guardava in un punto lontano, infinitamente lontano.&lt;br /&gt;Si riscosse dal suo torpore quando si avvide del mio arrivo. "Oh mio caro. Le giornate di vento sono sempre le più propizie per partire, non trova?"&lt;br /&gt;Gli farfugliai una qualche risposta, mentre avrei voluto semplicemente mettermi a sedere accanto a lui e attendere in silenzio l'arrivo dell'autobus.&lt;br /&gt;"Anche lei parte oggi dunque, giovanotto?" mi fece dopo un poco che eravamo seduti.&lt;br /&gt;"Si, è tempo anche per me. Le mie ricerche qui si sono concluse, me ne torno a casa a rimettere insieme i miei appunti."&lt;br /&gt;Nella corriera presi posto accanto a lui. Per tutto il tempo del viaggio se ne stette in silenzio a guardare fuori dal finestrino, le abetaie e i boschi di larici che correvano via, i campi di anemoni, le nuvole basse che si riflettevano in un verde cupo e lucente sopra i pascoli, di nuovo con quella sorta di mesto sorriso posato dolcemente su un punto al largo della sua mente.&lt;br /&gt;Dopo alcune ore, quando l'autobus giunse alle porte della cittadina dove Kaprinsky abitava, si volse verso di me.&lt;br /&gt;"Sa, mio caro. Ci sono cose che non si riescono a spiegare. Ci si mette una vita, e sul serio, non se ne ricava niente. Davvero, non ci si può far proprio nulla. E quando si arriva a capirlo è già troppo tardi, se ne esce pazzi per il dolore e l'impotenza. Ma lei è giovane, ne ha tanto di tempo. E non lo sprechi ad ascoltare un vecchio come me. Vede, come le dicevo, da quelle montagne se ne esce migliori. Davvero mi creda, se ne esce migliori."&lt;br /&gt;Scese dall'autobus mentre il bordo della strada si bagnava al primo tramonto di una pioggerella leggera. Lo osservai allontanarsi piano sotto la pioggia, curvo sul suo bastone nodoso, la valigia di cuoio che dondolava al ritmo del suo passo incerto, la bombetta gocciolante calata sul capo. Pareva proprio un omino ridicolo e triste.&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-1256828671376702935?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/1256828671376702935/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=1256828671376702935' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/1256828671376702935'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/1256828671376702935'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2010/06/kaprinsky.html' title='Kaprinsky'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-6413530655645440914</id><published>2009-11-11T07:41:00.000-08:00</published><updated>2009-11-11T13:03:43.107-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Il giorno di San Martino'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Frammenti'/><title type='text'>Il giorno di San Martino</title><content type='html'>Mi piace tornare dai miei in questo giorno dell'anno. Scendo dalla corriera qualche fermata prima e faccio a piedi una decina di chilometri fino alla nostra fattoria.&lt;br /&gt;Mi mancano queste lunghe passeggiate da quando vivo a Riga. E poi mi piace l'odore umido e penetrante della terra di novembre. Costeggio i campi di segale e di grano, con le stoppie ormai appassite e i solchi fumiganti di terra ghiacciata, attraverso il bosco di Tervete, accarezzo i pallidi fusti delle betulle, annuso l'odore aspro del sottobosco acquoso. Ripercorro i sentieri della mie scorribande giovanili in cerca di funghi e mirtilli.&lt;br /&gt;Quando esco dal bosco mi si para di fronte, in una lontananza azzurrognola, il fumo del camino della fattoria. Mia madre sta già cuocendo l'oca. Attraverso il pascolo, ascolto i rumori soffocati della stalla, certamente ormai piena di fieno per tutto l'inverno. Mio fratello mi vede, lascia le assi con cui sta rinforzando il tetto del granaio e salta giù per venirmi incontro. I suoi lunghi passi, decisi e forti, mi accompagnano a casa. Il suo abbraccio, breve e duro, mi racconta dei giorni passati senza vederci.&lt;br /&gt;Dentro casa la luce di una lampadina fioca e gli sprazzi del fuoco che arde riverberano sulle pareti di legno un colore ambrato scuro che sa di buono e di caldo. Come di cose che non ci sono più.&lt;br /&gt;Mia madre alza il capo dal fuoco e mi fa cenno di sedere a tavola. Mi sorride piano, senza una parola. Su un vassoio di legno riposano delle focaccine al miele e un tortino di carote.&lt;br /&gt;Mi tolgo il cappotto e distendo le gambe sotto il tavolo. Me ne sto in silenzio. Succede sempre così, i primi minuti delle mie scarse visite a casa. Mi concedono il tempo del ritorno, mi riconsegnano i suoni e gli odori dell'infanzia. Nudi e senza gli orpelli di una conversazione.&lt;br /&gt;Ed è così che io ritorno fra loro.&lt;br /&gt;Poi il silenzio si rompe dalla porta d'ingresso. Mio padre entra come un tuono, con la selvaggina in mano e il fucile appoggiato alla spalla. Mio fratello versa due dita di vodka nei bicchieri. Ci sarà da bere e da mangiare fino a tarda sera. Mi chiederanno di Indra, lo so, e del perché non è venuta. E se sono davvero felice. Ed io resterò in attesa della notte, perché tornino quei rumori incerti e lontani dal bosco, e la penombra coi tizzoni accesi mi restituisca le stagioni passate, la mia infanzia, quei colori scuri alle pareti dove danzavano le ombre dei mie sogni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-6413530655645440914?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/6413530655645440914/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=6413530655645440914' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/6413530655645440914'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/6413530655645440914'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2009/11/il-giorno-di-san-martino.html' title='Il giorno di San Martino'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-8582450985249616265</id><published>2009-10-21T07:29:00.001-07:00</published><updated>2009-10-25T12:06:02.419-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Due colpi alla porta'/><title type='text'>Due colpi alla porta</title><content type='html'>Bussarono con violenza alla porta. Il professor Lotman si scosse, mentre chino sul suo ultimo trattato di semiotica stava riscrivendo alcuni passaggi.&lt;br /&gt;Zara Grigor'evna era in camera da letto, nel suo studio, intenta a correggere i compiti dei propri allievi. Si guardarono in tralice, due sguardi sospesi e interrogativi che attraversavano lo stretto, buio corridoio.&lt;br /&gt;Non si bussa in quel modo, in una tarda serata di un giorno qualsiasi, nella Tartu sovietica dei primi anni sessanta, senza destare in chi ascolta quel battere violento una paura sorda e inesplicabile.&lt;br /&gt;E nella testa del professor Lotman, insigne universitario esponente della famosa scuola strutturalista di Tartu, si fecero strada i più diversi pensieri. Ogni cellula nervosa del suo cervello fu attraversata da un circuito elettrico, che scavava a fondo nei recessi angoli della memoria, alla ricerca di un qualsiasi pretesto, di ogni infimo episodio del suo passato, che spiegasse quei colpi alla porta, quell'improvviso arrestarsi della vita quotidiana.&lt;br /&gt;Era stato un ottimo studente. La guerra aveva interrotto i suoi studi mentre era una matricola all'Università di Leningrado, per scaraventarlo al fronte. L'Ucraina, gli accerchiamenti, la ritirata sul Don, la controffensiva, e poi la lunga marcia verso la Polonia, il Baltico, infine la Germania. Era telefonista, il suo compito era ricollegare le linee telefoniche interrotte lungo il fronte. Quando tornò alla vita civile e agli studi all'Università di Leningrado ebbe bisogno del suo profilo personale con gli encomi di guerra per cercare un lavoro, gli fu risposto che il suo profilo era andato perso. Era il prezzo da pagare per essere ebreo, nella Russia in cui stava iniziando l'ultima violenta campagna antisemita staliniana. Non lo immaginava.&lt;br /&gt;Riuscì infine a trovare un posto di lavoro all'Università di Tartu, in Estonia. Un esilio volontario ai margini dell'Impero, per sfuggire alle persecuzioni antisemite dei primi anni cinquanta nell'Urss di Stalin.&lt;br /&gt;Intanto, di nuovo quei colpi violenti alla porta.&lt;br /&gt;Quasi un sapore di sangue nella bocca. E i pensieri che annaspano, vorticosamente, a ricordare, a immaginare, a domandarsi. Solo poche notti prima, era seduto nella stessa sedia, i gomiti appoggiati al tavolo della cucina, ad aspettare una visita. Giusto adesso gli veniva in mente. Attendeva un suo studente. Il suo migliore studente.&lt;br /&gt;Un giovane strano, per la verità, ma geniale. Prometteva davvero bene, non fosse stato per quel suo maledetto vizio. Lotman e sua moglie gli avevano offerto delle credenziali per un lavoro di ricerca sugli scritti di Bulgakov, e il giovane si era presentato a casa della vedova di Bulgakov, Elena Sergeevna. A casa Bulgakov gli fu permesso persino di leggere alcune pagine dal manoscritto originale di "Il maestro e Margherita". Solo che nei giorni seguenti, sorprendentemente, quel manoscritto si aggirava fra le mani dello studente per i corridoi e le aule della facoltà di Lettere di Tartu. Il ragazzo sosteneva di averlo ricevuto dalle mani di Elena Sergeevna.&lt;br /&gt;Peccato per quel suo maledetto vizio, che rendeva la cosa davvero poco credile. Il miglior studente del professor Lotman era un cleptomane.&lt;br /&gt;Il professore cercò di mettersi in contatto con Elena Sergeevna, che da qualche giorno era in grande ansia per la scomparsa del manoscritto. La vedova di Bulgakov temeva soprattutto che, se il manoscritto era stato rubato, il ladro potesse in qualche modo farlo passare in occidente. Se "Il maestro e Margherita" fosse stato pubblicato fuori dall'Urss, sarebbero svanite le pur vaghe speranze di pubblicazione in patria. Proprio in quei giorni Kostantin Simonov, presidente dell'Unione degli Scrittori, aveva intrapreso qualche trattativa con la vedova Bulgakov per un'eventuale pubblicazione, barattandola con vari tagli dell'opera.&lt;br /&gt;"Quel leccapiedi di Simonov - pensò Lotman - cerca di rifarsi una verginità morale dopo essere stato un eroe della letteratura stalinista. Ma tant'è, se questo può servire per pubblicare l'opera di Michail Afanas'evic".&lt;br /&gt;Così Lotman un giorno prese coraggio e andò a trovare il suo studente. In camera sua scoprì molti libri che erano misteriosamente scomparsi dalla biblioteca dell'Università. Lotman montò su tutte le furie: "Non voglio ridurmi a perquisire la sua stanza, ma le ordino di restituire immediatamente il manoscritto di Bulgakov alla legittima proprietaria! Entro stasera la attendo a casa mia con il manoscritto, mascalzone!".&lt;br /&gt;Fu una lunga, pallida notte di attesa. Alle due, il professor Lotman dalla cucina sentì un leggero scalpiccio dietro la porta di casa, seguito dal frusciare di una lettera che oltrepassava la fessura fra la porta e la soglia. Aprì la lettera e lesse. Un foglio farneticante, sembrava uscito dalla penna di una creatura dostoevskiana, un misto fra Svidrigajlov e Marmedalov, questa fu l'impressione del professor Lotman. Nella lettera comunque si precisava che il manoscritto era stato appena spedito alla vedova di Bulgakov.&lt;br /&gt;Altri due colpi furenti alla porta.&lt;br /&gt;Lotman sobbalzò, i pensieri e i ricordi che si affannavano nella sua mente svanirono come in una bolla di sapone. Si ritrovò infine in piedi in mezzo alla cucina. Si diresse verso il suo destino e strinse nel pugno la fredda maniglia dell'uscio di casa.&lt;br /&gt;Come aprì gli si avventò sopra un uomo robusto e deciso, che sembrava avere una gran voglia di prenderlo a pugni. Lotman indietreggiò per alcuni passi, e non appena ebbe il coraggio di alzare il viso e guardare in faccia l'uomo, lo riconobbe. Era Solženicyn, che veniva appunto a reclamare il manoscritto da parte di Elena Sergeevna.&lt;br /&gt;Il professor Lotman riuscì a chiarire la faccenda prima che il pugno di Solženicyn calasse sul suo viso. Finirono per fare amicizia, tanto che passarono la giornata seguente a discutere di "Una giornata di Ivan Denisovič", che era stato pubblicato da poco e già era valso una grande fama a Solženicyn.&lt;br /&gt;Il manoscritto di Bulgakov rientrò in possesso di Elena Sergeevna, anche se non senza rischio che fosse perduto per sempre, dato che lo studente incosciente non lo aveva spedito per raccomandata, e a quel tempo la posta non raccomandata finiva molto spesso in tutt'altre mani che quelle del destinatario.&lt;br /&gt;Pessima fine toccò invece allo studente cleptomane. La sua bravata gli costò il posto di dottorato, che sarebbe stato suo di diritto per le capacità che aveva. Lo spedirono invece in una scuola di periferia, dove si perse del tutto e morì alcolizzato pochi anni dopo.&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#ffffff;"&gt;:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Racconto liberamente tratto dalla raccolta di appunti autobiografici di Jurij Michailovič Lotman "Non memorie".&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-8582450985249616265?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/8582450985249616265/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=8582450985249616265' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/8582450985249616265'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/8582450985249616265'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2009/10/due-colpi-alla-porta.html' title='Due colpi alla porta'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-4105490129398839210</id><published>2009-03-20T13:21:00.001-07:00</published><updated>2009-03-20T14:28:11.917-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Erba medica'/><title type='text'>Erba medica</title><content type='html'>&lt;span class="Apple-style-span"   style="  ;font-family:georgia;font-size:13px;"&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Erba medica. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Disse così Grigorij. Semplicemente. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Il principe L'vov pareva perplesso, mentre il contadino stendeva il braccio come a coprire quella distesa di campi di segale. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Erba medica, ripetè. Poi si girò e prese quietamente la via di casa. Fino a Jasnaja Poljana c'erano quattro chilometri e Grigorij se li fece con una lentezza disperante. Come si confaceva a lui, e ai suoi pensieri. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Il principe restò su quel ciglio di terra, ad osservare il panorama dei suoi campi.&lt;br /&gt;Pietroburgo scoloriva ormai sul bordo di un ricordo passato. Il palazzo nel centro della capitale, i ricevimenti, le corse all'ippodromo, i pranzi da Stolypin. E poi la vendita delle tenute di Černigov e Kostroma, l'appartamento di Mosca. La fabbrica di birra di Brjansk, perduta anche quella. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Ora c'era soltanto questo mare biondo di segale e la fattoria di Popovka. L'ultima cosa da salvare. L'origine della famiglia, il cuore stesso, la radice delle loro esistenze. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Non c'era altro. Niente più servi, niente più anime da contare. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Erba medica aveva detto Grigorij. Un contadino, s'intende. Cambiare tutto. Lasciarsi alle spalle la vita a corte, e rimboccarsi le maniche. Questo l'aveva capito. Chissà se l'avrebbe capito anche Sonja. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Era il 1886. Aveva appena 25 anni. E l'ultima cosa che gli rimaneva era la terra, era il tentativo di far crescere di nuovo qualcosa di concreto, di tangibile. Qualcosa che avesse un seme di vita al suo interno. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Erba medica, diceva Grigorij. Da far seccare e stipare nei magazzini per poi venderla al mercato di Tula. Sarebbe servita anche a ridare ossigeno ai terreni. Si, era quello che ci voleva. Rimettere le mani dentro la terra e riempire i polmoni di quell'aria asciutta e lieve. Imparare a nutrirsi di zuppa di cavoli e kaša. Bere il tè dal samovar che Ljubka teneva sempre bollente nelle sere cullate dall'Onegin. Ascoltare le bilyne raccontate dal vecchio Vasilij, e le storie sullo starec Makarij. E ogni tanto andare a trovare il vecchio Lev, a Jasnaja Poljana. Far crescere in questo modo i suoi figli. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-top: 0px; margin-bottom: 0px; "&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="color: rgb(51, 51, 51); "&gt;Era sempre stato così del resto, fin dai tempi dei tempi. Fin da quando il suo antenato Rjurik aveva creato questo immenso paese. E poi affacciarsi con Sonja in veranda, nell'orlo di quei tramonti che arrossavano l'orizzonte, mentre gli ultimi carri dei fattori colmi di grano saraceno passano sulla strada per Mosca. Questo poteva davvero bastare.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-4105490129398839210?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/4105490129398839210/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=4105490129398839210' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/4105490129398839210'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/4105490129398839210'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2009/03/erba-medica.html' title='Erba medica'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-1278997869795142440</id><published>2009-02-04T13:36:00.001-08:00</published><updated>2009-02-04T13:36:45.608-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Indizi di una vita'/><title type='text'>Indizi di una vita</title><content type='html'>C’era una neve sottile e imperterrita, quella mattina. Un vento opaco spazzava la strada che dall’ufficio postale conduceva verso la campagna. Salì il sentiero che portava a casa, accostò il cancello di ferro battuto. Posò il pacco sul tavolo, aprì la credenza per prendere una tazza e mise l’acqua a bollire.&lt;br /&gt;Aveva prolungato l’attesa di aprire l’involucro, per quella sorta di sottile piacere che, un tempo, gli dava la vigilia di ogni suo incontro con Nina. Teneva in bocca quei minuti, quelle ore che preludevano ad ogni loro incontro, come un grumo di miele d’acacia che si scioglie in miriadi di piccoli cristalli pungenti.&lt;br /&gt;Infine lo aprì, quel pacco. Tagliò la corda intorno alla cera lacca, strappò la carta, distese le mani a sgranare sul tavolo tutto il contenuto di quel dono inimmaginato. C'erano foto scattate in anni diversi e un piccolo ritratto di donna, in ametista e ambra. Prese poi fra le mani un quaderno dalla copertina cerata, di colore nero.&lt;br /&gt;Lo aprì. Gli sembrò di vedere delle date, e nomi di città, e molte pagine scritte fittamente, con una calligrafia dolce e affrettata.&lt;br /&gt;Era il diario di una vita intera. Era il diario di Nina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Tu non sai Nina, non sai le ore all’imbrunire, la malinconia delle sere vuote, le sedie da rimettere a posto in sala, le chiacchiere insensate, i pensieri nel vento. Da quando sei fuggita da questo paese in fiamme.&lt;br /&gt;Tu non sai, Nina, la vita nella tua assenza.&lt;br /&gt;Ora sei qui dopo tutti questi anni, in questo diario, quello che resta per me. Sei qui, come un’antica promessa d’amore, come un volo di gabbiano all’ultimo calar del sole. Sei qui ed io non ho forze per accoglierti come si deve, sfogliare questa risposta ad una vita di attesa, quasi un temporale di fine estate che si porta via gli ultimi fiati di sole dai campi seminati a grano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si prese il tempo del lungo inverno.&lt;br /&gt;Non era una vita che potesse leggere nello spazio angusto di un giorno qualsiasi. Aveva bisogno di silenzi puri, e di lunghe ore intatte di pensieri. Si faceva accompagnare dal crepitio del fuoco la sera, mentre fuori era un garbuglio di stelle. Altre volte sceglieva albe terse e bianche, prendeva gli sci e se ne andava per il bosco innevato di fresco. Cercava poi crinali esposti al sole incostante di quell'inverno, per sedersi a leggere quelle pagine traboccanti. Di fronte mute distese di neve, come lenzuoli abbaglianti di candida mussola.&lt;br /&gt;Conobbe con gli occhi di Nina la Parigi degli anni trenta, le gite sulla Senna nelle domeniche d'estate, il mondo russo dell'emigrazione che lentamente si disfaceva in mille piccoli rivoli, l'invasione tedesca, i tempi feroci e affamati della guerra, i nascondigli tremanti, le lunghe notti febbrili, la fuga nella campagna bretone. Condivise con lei le lacrime e i timori, le gioie nascoste e le fughe improvvise, serrò i pugni impotenti, le accarezzò i capelli e la strinse a sè nei suoi pensieri attoniti.&lt;br /&gt;Chiuse infine quel diario che era giunta primavera. Una giornata limpida e pungente, che lo sorprese incastrato in maldestri, confusi battiti del cuore&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-1278997869795142440?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/1278997869795142440/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=1278997869795142440' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/1278997869795142440'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/1278997869795142440'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2009/02/indizi-di-una-vita.html' title='Indizi di una vita'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-5170267814401167521</id><published>2008-08-31T15:00:00.000-07:00</published><updated>2008-09-01T02:34:10.257-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Una felicità inspiegabile'/><title type='text'>Una felicità inspiegabile</title><content type='html'>&lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Strinse nel pugno una zolla di terra soffice. Era la prima volta che ne possedeva un po', tutta per sé.&lt;br /&gt;Sensazione strana e inebriante, per un uomo fatto, che ormai aveva superato la cinquantina. A quella età non si compra per la prima volta un pezzo di terra per farci davvero nascere sopra qualcosa. Semmai per assaggiare il senso di una vita che poteva essere.&lt;br /&gt;C&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;omunque Klaus von Behren ci metteva buona volontà, questo bisognava riconoscerglielo. Cercava di imparare in fretta tutto il possibile, tempi di semina, innesti, potature, raccolta. Due susini, il boschetto di meli, alcuni alberelli di uva spina e il ciliegio in fondo all'orto, attendevano impazienti cure appropriate. Ma i problemi maggiori li incontrava con Frida. Strizzare quei capezzoli gonfi di latte all'alba, era davvero al di là delle sue forze. Del resto possedere una mucca faceva parte del suo disegno originale, del suo progetto. Che lui si riprometteva di seguire con grande determinazione.&lt;br /&gt;Nella sua precedente vita era quello che si poteva dire un tedesco benestante. Curatore fallimentare presso il tribunale civile di Stoccarda, famiglia agiata, relazioni sentimentali discontinue e superficiali, una bell'attico in un palazzo in centro città. Una vita superflua, come tante.&lt;?xml:namespace prefix = o /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;La passione per la Lettonia nacque per caso. Fu durante un processo per il fallimento di un'azienda intestata ad un cittadino lèttone. In tribunale la cosa andava per le lunghe, l'avvocato dell'imputato imponeva mille cavilli, sottoponendo al tribunale svariate proprietà del lèttone nel proprio paese, come garanzia per la copertura dei debiti. Klaus prima di allora a malapena avrebbe saputo indicare la posizione di quel piccolo Stato sulla carta geografica. Ma era in quella fase della vita, in cui ci si rende conto che sta ormai per scadere il tempo per qualsiasi cambiamento si abbia ancora la forza di fare.&lt;br /&gt;Così un giorno avvicinò con la massima discrezione l'avvocato del lèttone e gli chiese, sebbene non fosse una cosa opportuna data la sua posizione, informazioni precise su alcune delle proprietà vantate dall'imputato. Finì che da alcune foto si innamorò di una piccola tenuta di proprietà dello sprovveduto imprenditore, che si trovava nella regione di Latgale, nel sud-est della Lettonia.&lt;br /&gt;Sei mesi dopo, l'ex curatore fallimentare Klaus von Behren, a bordo della sua Volkswagen Touareg, alzava esuberanti nuvole di polvere sulla strada sterrata che lo conduceva alla piccola, dismessa fattoria Smilgas, nei pressi del villaggio di Balaški.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Il vero problema per Klaus era la lingua. In Germania, mentre si preparava a traslocare, aveva cominciato a studiare il lèttone, per mezzo di un corso per corrispondenza. Ma una volta giunto a Balaški si accorse che nella regione di Latgale il lèttone era una lingua facoltativa: da quelle parti, molti erano di lingua madre russa, e anche fra i lèttoni era il latgaliano la lingua più diffusa, una specie di antico lèttone che parlavano i primi abitanti di quel luogo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Per fortuna&lt;b&gt;,&lt;/b&gt; uno dei primi giorni dal suo arrivo comparve Martinš. Un ragazzino di dodici anni, scaltro e intelligente, con in testa un groviglio di ciuffi biondi, un viso dolce e curioso punteggiato da una moltitudine di lentiggini.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Lui sapeva parlare inglese, lo studiava a scuola, e così divenne il tramite di Klaus con tutta Latgale. Martinš aveva una particolare abilità nell'intaglio del legno e usava la baracca degli attrezzi di Klaus come laboratorio. Del resto faceva così anche con il precedente proprietario. Viveva ormai da anni con sua nonna, dato che i suoi genitori si erano separati a forza di prendersi a botte, e non ne volevano sapere l'uno dell'altra né tantomeno del frutto di quella loro infausta unione. Così Martinš si ritrovò a stare con la nonna, Sofja Ivánovna, che pure non si poteva considerare un'anima quieta. Anche il suo matrimonio con nonno Peteris era vissuto su una buona scorta di pedate e ceffoni, ma la particolarità consisteva nel fatto che era il buon Peteris a prenderle di santa ragione. E nessuno capì mai perché quel pacifico falegname lèttone avesse deciso di prendere in sposa quella russa con due braccia da carpentiere che già a quel tempo veniva chiamata &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;i&gt;Sofja &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;i&gt;Barga &lt;/i&gt;, Sofja la Terribile.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Martinš però ci stava bene, forse perché il suo carattere intraprendente e dinamico si confaceva alle aspettative della nonna che per lui nutriva quasi una specie di tenera attitudine.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;“Com’erano tuo padre e tua madre, Martinš?” gli chiese un giorno Klaus.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;“Mica me li ricordo. Insomma qualcosa, ma poca roba. Mi ricordo di più nonno Peteris. E’ morto quando avevo nove anni. E’ stato lui ad insegnarmi a scolpire il legno. Era un brav’uomo, nonna Sofja in fondo gli voleva bene, anche se a volte lo picchiava forte. Sai, era un tipo un po’ solitario e sempre indeciso. E poi non reggeva abbastanza l’alcool per farsi rispettare da queste parti”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;A Klaus piaceva parlare con Martinš nei pomeriggi di quella sua prima estate baltica. Dopo la mattinata di lavoro, fra il bosco di meli e l'orto, dove cominciavano già a spuntare le prime foglioline delle piante di cetriolo, se ne stava sotto il tiglio di fronte alla baracca e si fumava il sigaro mentre osservava Martinš intagliare le sue figure. La baracca degli attrezzi era diventata una specie di piccola bottega artigianale, con le madonnine scolpite che facevano bella vista, accanto ad uno strano fornetto a camino, sormontato da un enorme barile di latta. Klaus non immaginava a cosa servisse quello stranissimo forno, ma si vergognava di domandarlo a Martinš. Non era un uomo che tenesse in particolare conto l'orgoglio personale, ma non aveva proprio voglia di passare per uno stolto crucco di città.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Così era anche per le questioni della terra. Preferiva accumulare manuali sull'agricoltura, piuttosto che chiedere consigli a qualche contadino delle fattorie vicine. Se si era districato per anni nelle controversie fallimentari di tutto il distretto di Stoccarda, avrebbe ben saputo far crescere un po' di carote e cetrioli, e tirar fuori una buona raccolta di mele che gli consentisse, insieme al latte di Frida e alle uova del pollaio che già immaginava di metter su, di guadagnarsi da vivere.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;In ogni caso aveva messo a fruttare in banca i guadagni della sua vita, quel tanto che bastava a rendergli in interessi di che stare tranquillo. Perché non si può mai sapere, con le mucche e le mele, specie in un posto così sperduto e fuori dalla grazia di dio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;In realtà, quel posto era forse il più vicino alla grazia di dio di tutta la Lettonia. Latgale era da sempre la regione più religiosa di tutto il paese, l'unica zona in cui il cattolicesimo aveva resistito alle riforma protestante e manteneva una forte preponderanza anche rispetto alle innate tendenze pagane dei lèttoni. La principale città della provincia, Aglona, era una famosa mèta di pellegrinaggio dei cattolici di tutto il Baltico.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Nei villaggi intorno invece era facile incontrare i dolci profili delle cupole ortodosse, dipinte di oro e azzurro, che erano frequentate dai numerosi russi del posto.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Klaus del resto aveva ben poco tempo per visitare i dintorni e interessarsi alle usanze locali, preso com'era dalla sua febbrile attività di agricoltore agli esordi. Si riprometteva di fare un passo alla volta, e il suo primo passo era far sbocciare frutti da quella terra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Non era un uomo abituato alla bellezza. Era come se i suoi occhi dovessero ancora imparare un'alba, decifrare i colori del tramonto, accorgersi dei fiori appena sbocciati sui susini. Doveva fare uno sforzo supplementare di attenzione, per ridestare in sé la sensazione del piacere puro, quello che non aveva altre giustificazioni se non l'innocenza della propria esistenza.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Neanche la sua pinguedine era dovuta ai piaceri del cibo, quanto piuttosto ad un deprecabile difetto del metabolismo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Si alzava al sorgere del sole, ma neppure si accorgeva dell'impalpabile soffio di luce rosa che all’alba accarezzava l'aia di fronte a casa, preso com'era dall'angoscia dall’appuntamento con i capezzoli di Frida, che di lì a poco avrebbe dovuto maneggiare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;In quell'estate luminosa i profumi di gelsomino, di pesche, di tiglio esplodevano a tratti in bolle di intensa fragranza, quando il vento si calmava e dalla terra risaliva una specie di vapore caldo, che si impregnava con gli odori dei frutti e dei fiori intorno. Eppure lui ci passava in mezzo con l'identica espressione bovina di Frida, quando si incamminava al pascolo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Certe sere prendeva la strada per il lago di Ardava, e qui trovava un pontile adatto per mettersi a fumare il suo secondo sigaro della giornata. Un imbrunire color arancio, tuttavia una volta finì per emozionarlo. C'erano quegli arbusti sottili, quasi grano di lago, che ondeggiavano dentro lo specchio d'acqua, disegnando linee d'inchiostro davanti a quella tela fondo di porpora ch'era diventato il cielo. Se ne accorse accendendo il sigaro, quando la fiamma blu fu risucchiata da quella tavolozza impressionista&lt;i&gt; &lt;/i&gt;di fronte a lui. Ne restò perplesso, quasi si sentisse impreparato a quella meraviglia. Poi rimase una mezz’ora a fissare quel concerto di colori, di un cielo che si frantuma dentro il lago in scaglie di ocra e vermiglio, senza che un pensiero riuscisse a farsi largo in mezzo a quello stupore.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;La fine dell'estate si annunciò un pomeriggio di mezzo agosto, che riversò goccioloni di nuvole basse e pesanti sugli orti e sugli alberi a frutto di tutto il villaggio. Un'onda di elettricità cominciò a propagarsi per tutta Balaški, contagiando le anatre della fattoria di Gints, i maiali della vedova Grigorieva, il cavallo dei fratelli Baško, e i conigli dell'allevamento del vecchio Fëdor Andreevic. Soltanto Frida sembrava impassibile di fronte a quel trambusto.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;In realtà non solo gli animali, ma pure i loro padroni, nelle fattorie vicine a quella di Klaus, parevano presi da una strana agitazione. Fu Martinš a spiegarlo a Klaus. Quell'agitazione aveva un motivo e solo lui aveva la chiave per risolvere la questione. Klaus non riusciva a capire, e si stupì quando Martinš gli preannunciò che l'indomani sarebbero arrivati tutti, dalle fattorie vicine, per chiedergli un colloquio, franco e risolutivo.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;“Risolutivo di che?” domandò il tedesco. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;La mattina dopo li vide arrivare in agguerrita schiera. Davanti a tutti, Sofja la Terribile, poi i fratelli Baško, il vecchio Fëdor Andreevic, il corpulento Gints, e la vedova Grigorieva, insieme al mezzadro Igor Aleksandrovic, che si era portato dietro un forcone da fieno, ad ogni buon conto.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Quella specie di riunione condominiale si svolse nella baracca degli attrezzi. Klaus aveva provato a farli entrare dentro casa, ma gli invitati opposero un netto rifiuto. Circostanza voleva che fosse la capanna degli attrezzi il luogo deputato all'incontro chiarificatore.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Il motivo, Klaus lo capì quando lo strepitìo e i gesti convulsi di tutti gli astanti, gli indicarono il fornetto con il barile di latta sopra, oggetto finora ignoto all'ex curatore fallimentare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Era giunto il momento di fare quella domanda che restava in sospeso fin dal suo arrivo a Balaški: “Martinš, ma perché tutti indicano il forno? Di cosa si tratta?”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;“Vede, signor Behren, questo non è un forno. Guardi, basta infilare un tubo di metallo, qui sul lato della tanica che sta sopra il fornetto, e congiungerlo con il cilindro di rame e la serpentina che sono appoggiati qui accanto. Ecco, così. Vede adesso cosa diventa?”&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;“No Martinš, non riesco a vedere cosa diventa. Abbi pazienza, cerca di spiegarti meglio”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;“Si, signor Behren, ma in inglese non è così facile. Si tratta di un congegno, una specie di macchina. Un momento, aspetti, ieri sera sono andato a vedere sul mio dizionario di inglese”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Martinš tirò fuori di tasca un piccolo foglietto e lesse: “Alambicco discontinuo, ecco. Questo è un alambicco discontinuo!”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Klaus non capì neppure in inglese il significato di quella parola, "alambicco discontinuo". Ma appena la faccia smarrita del tedesco comunicò un senso di incomprensione di tutta la faccenda, ci pensò la brigata guidata da Sofja la Terribile a chiarirgli le idee, gridando all'unisono la parola, ben più comprensibile: VODKA!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Dunque Klaus ospitava nel cortile di casa la distilleria più prestigiosa di tutto il distretto di Balaški. Gli fecero capire che c'era un accordo tacito con i precedenti proprietari di quella fattoria che permetteva ai vicini di venire a distillare la propria vodka, una parte per il consumo familiare, e il resto per risollevare le povere rendite di quelle piccole fattorie. Era Sofja Ivánovna, poi, che pensava ad organizzare il trasporto e la vendita della vodka.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Gli sguardi di quegli anziani e agguerriti contadini erano dunque tutti fissi sul tedesco, in attesa di una sua risposta.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Klaus osservò in silenzio i bicipiti fenomenali di Sofja la Terribile, il forcone di Igor Aleksandrovic, il ghigno senza denti di Fëdor Andreevic e lo sguardo cupo dei fratelli Baško.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Alla fine proruppe in una risata irrefrenabile. Era un'avventura fantastica, e lui non solo avrebbe permesso ai vicini di usare l'alambicco, ma avrebbe persino dato una mano all'organizzazione. Finalmente si sentiva partecipe di qualcosa che lo entusiasmava.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Si buttò a capofitto in quella nuova impresa. Cominciò a studiare, come suo solito, ma questa volta non lesinò le richieste di informazioni ai suoi nuovi soci. Imparò tutto quello che c'era da imparare: che si poteva fare il mosto sia con il grano che con la segale, mentre quegli stupidi dei polacchi usavano le patate. E poi che il mosto, una volta lasciato macerare e fatto bollire, doveva essere filtrato con carbone di legno duro, meglio se betulla, o polvere di quarzo. Che i truffatori allungavano il mosto con la melassa, ma lì non si abbassavano a simili porcherie. La vodka di Balaški era famosa in tutta la provincia per la sua qualità pregiata. Imparò persino a berla la vodka, alla maniera russa, con pezzetti di mela da mangiare fra un bicchierino e l'altro.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Sofja Ivanovna era molto fiera di suo nipote Martinš che era riuscito a fare amicizia con quel tedesco un po’ tonto, ma in fondo di buon cuore. E Klaus da parte sua poté godere di un aiuto insperato nella cura dei meli e dell'orto, ma soprattutto nella mungitura di Frida. A turno, i vicini venivano a compiere quell'operazione che l'ex curatore fallimentare non riusciva proprio ad assolvere. Mise su anche il pollaio, e si apprestò a vivere il suo primo inverno di pace e tranquillità. La vodka ogni tanto riusciva a cavargli persino qualche sentimento poetico, mentre passeggiava intorno alla riva ghiacciata del lago Ardava. Non si era mai sentito tanto felice.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;A Stoccarda era una mattina grigia e vagamente nevosa, un'insopportabile cappa di noia e freddo. La segretaria del tribunale aprì la posta con il solito fare indolente. Tuttavia una lettera proveniente dal ministero della giustizia lèttone colpì la sua attenzione. Chiedeva informazioni sulla fedina penale dell'imputato Klaus von Behren.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Fu così che in breve, in ogni ufficio del Tribunale di Stoccarda, si sparse la notizia che l'ex curatore fallimentare si trovava agli arresti nel penitenziario della città di Daugavpils, capoluogo della Latgalia, per detenzione di macchinario industriale atto alla produzione di vodka clandestina. Nessuno sapeva neppure immaginare dove fosse andato a finire il dottor Von Behren dopo aver lasciato il servizio al Tribunale. Aveva semplicemente fatto perdere le sue tracce.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;E certo nessuno si poteva figurare gli occhi stupiti e inermi di quell'omino spaurito, dentro il camioncino della polizia, che lasciava la fattoria di Balaški. C'era Frida che faceva capolino dalla stalla. E poi tutta la banda di Sofja la Terribile sulla strada sterrata a sventolare fazzoletti e ad augurargli un veloce ritorno. D’altronde erano abituati a quel tipo di cerimonia di saluto: era già il terzo proprietario di quella fattoria ad esser messo dentro per lo stesso tipo di reato. Nessuno però della polizia lèttone in fondo se la sentiva di sequestrare o peggio ancora distruggere quella meraviglia di alambicco artigianale.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Durante il viaggio per la prigione di Daugavpils, nella camionetta, coi ceppi ai polsi, gli prese una grande nostalgia per la sua fattoria, per Martinš e le loro lunghe chiacchierate, per le urla possenti di Sofja Ivanovna, e persino per i capezzoli di Frida. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Cercò di immaginare, secondo la sua esperienza legale, quanto tempo avrebbe passato in prigione per quel reato, e quanto sarebbe potuta costare la cauzione. Avrebbe curato personalmente la propria difesa, senza precedenti penali sperava di cavarsela con poco, in fondo. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;"&gt;Gli spuntò sulle labbra un sorriso improvviso. No, non sarebbe mancato all'appuntamento, la prossima estate, con quel tramonto di frammenti arancioni e fili d'inchiostro, di fronte al lago di Ardava. Sarebbe stato un peccato, ora che aveva finalmente imparato a guardarlo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Georgia;font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-5170267814401167521?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/5170267814401167521/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=5170267814401167521' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/5170267814401167521'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/5170267814401167521'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2008/08/una-felicit-inspiegabile.html' title='Una felicità inspiegabile'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2626825943269391920.post-5102371383180286191</id><published>2008-08-26T11:41:00.000-07:00</published><updated>2008-08-27T02:45:23.096-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Una corsa intorno al fuoco (Racconti di Jaņi)'/><title type='text'>Una corsa intorno al fuoco</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;strong&gt;(Un racconto di San Giovanni)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Nathan sbuffava, scalpitando contro le balle di fieno dentro la stalla. Sembrava sentisse che quella non era una giornata come le altre. Fin dall'alba Viktors era passato a spazzolarlo e a portargli acqua e mangime&lt;i&gt;.&lt;/i&gt; Intanto il piccolo Arturs continuava a corrergli intorno come un matto, con l'eccitazione di un bambino di cinque anni di fronte alla prospettiva di una lunga cavalcata notturna con il padre.&lt;br /&gt;Una fine di giugno che sgocciolava via in giornate di un caldo riposante e quieto. La festa di Jaņi giungeva attesa come sempre, solstizio d'estate che tutta la Lettonia si preparava a celebrare quella notte, infiammando di fuochi scoppiettanti le cataste di legno su cui si faceva cerchio, cantando fino all'alba. Le città si svuotavano e ogni fattoria, casolare, baracca di campagna si riempiva di famiglie riunite per l'occasione, a mangiare formaggio al cumino e bere birra. Le ragazze vestite di fiori, con il capo ornato da corone di piante intrecciate, gli uomini alle prese con i fuochi rituali.&lt;br /&gt;Notte magica, il 24 giugno, notte di euforia pagana, notte di un buio breve, di tramonto e alba che si congiungono in un abbraccio cantato. &lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;Viktors finalmente portò fuori Nathan, lo attaccò al carro, e montò a cassetta per guidarlo verso l'uscita del recinto. Arturs corse fuori di casa poi, raggiunto il carro, con un balzo saltò sopra, sistemandosi a sedere accanto al padre.&lt;br /&gt;Li accompagnava, lungo il sentiero che costeggiava il fiume, un vento tiepido, mentre i raggi del sole sfrigolavano via piano, cedendo il posto ad un alone di luce diffusa e insistente. Passarono accanto al casolare di Valters, quindi oltrepassarono la fattoria delle sorelle Liepina. Arturs fece in tempo a sporsi indietro con la testa, per salutare, orgoglioso, Ilze, con cui spesso giocava in riva al fiume. Presero quindi la strada che conduceva verso le grandi pianure.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;Il primo fuoco che incontrarono fu nei dintorni di Auri. Si scorgeva il fumo salire dal fianco di una piccola collinetta. Si inoltrarono dentro un boschetto di betulle, dove Viktors ebbe un bel daffare per tenere Nathan e il carretto sullo stretto sentiero che era tracciato in mezzo ai lisci fusti biancheggianti. La luce bassa dei raggi filtrava a intermittenza, mantenendo però un alone cangiante al di sopra degli alberi. Infine quei raggi saltellanti si sciolsero in una pozza di languido chiarore appena il carro uscì nella radura che si apriva su un lago. Padre e figlio ne approfittarono per scendere dal carro. Arturs si gettò correndo verso quello specchio immobile. Con l'acqua fino alle caviglie cercava di raccogliere gli arbusti e le canne che emergevano da quello spicchio di lago.&lt;br /&gt;"Ci siamo dimenticati delle canne, papà! Ne prendiamo qualcuna qui?"&lt;br /&gt;"D'accordo. Ma vedi di non finire dentro qualche buca profonda".&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="TEXT-ALIGN: justify"&gt;Era impossibile calcolare che ora fosse. Ma quella sera lunghissima e lucente dava il tempo e i rintocchi all'uomo con un battito di secondi tutto suo. Nessun orologio sarebbe stato in grado di calcolare quello scorrere delle ore. A Viktors pareva che fosse un tempo infinito e immobile.&lt;br /&gt;Si appoggiò ad un tronco abbattuto, di fronte alla riva terrosa del lago e aspettò che suo figlio terminasse la sua raccolta. Lo osservava con quello sguardo stupito e fiero, che non riusciva più a togliersi dal viso. Da quando erano rimasti soli.&lt;br /&gt;Non era sempre facile fra loro. Custodivano sentimenti segreti, di cui non riuscivano a parlare. Quando c'era sua madre, era lei che sapeva parlargli, con espressioni di una disarmante semplicità. Sembrava tutto facile. Viktors invece finiva col trasformare ogni dialogo con il figlio in una baruffa di giochi e corse che eccitavano il piccolo Arturs, ma poi lasciavano un affannoso respiro corto, privo di parole che spiegassero. Privo di una reale comunicazione.&lt;br /&gt;E ora c'era quel grumo fresco di indicibile dolore, che loro non riuscivano a condividere se non in un silenzio gravido di sguardi e sottintesi. Erano ombre di parole che faticavano a farsi strada, e che neppure le corse a perdifiato e le lotte giocose e furibonde sapevano sciogliere in un luce di sincerità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutta Zemgale mandava profumi di gelsomino quella sera. Ciocchi di terra grassa sbollivano umori tiepidi sotto gli zoccoli di Nathan. Sembrava che la natura quel giorno fermentasse tutta, in un bolla di vapore denso di aromi e colori.&lt;br /&gt;Quando raggiunsero la fattoria di Milda e Edmunds li annunciò un concerto festoso di grilli dai fossi ai lati della strada sterrata. Arturs saltò fuori all'imbocco del vialetto e corse incontro alla vecchia balia che li attendeva sull'aia. Edmunds in piedi sulla soglia di casa annuì con un ciondolio lento del capo.&lt;br /&gt;"Sei sempre il solito, Viktors! Perchè non ci hai avvertito che arrivavi" lo sgridò Milda.&lt;br /&gt;"Scusaci, ma non avevamo una mèta precisa stasera. Abbiamo preso Nathan, attaccato il carretto e siamo partiti così, per fare un giro. Arturs ci teneva così tanto a guidare il calesse".&lt;br /&gt;Edmunds servì kvass al piccolo, e aprì due birre. "Siediti Viktors, e non starla a sentire. Non aspettavamo nessuno, eppure lei ha riempito la dispensa con ogni tipo di formaggio e salame, pollo affumicato, &lt;i&gt;piragi&lt;/i&gt; alla pancetta, e torta ai semi di papavero. E ancora teme che non ci sia abbastanza per dar da mangiare a due ospiti."&lt;br /&gt;"Qui non viene quasi mai nessuno - proseguì Edmonds. Karlis e Inga non si fanno mai vedere. Non ci siete rimasti che voi, che ogni tanto fate capolino".&lt;br /&gt;Arturs si gettò a capofitto sui &lt;i&gt;piragi &lt;/i&gt;e sulla torta ai semi di papavero e si scolò in un baleno il bicchiere di &lt;i&gt;kvass&lt;/i&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Edmunds e Vicktors si incamminarono verso la faggeta che delimitava la tenuta della fattoria. Il vecchio si sedette sotto la quercia vecchia e arrotolò una sigaretta.&lt;br /&gt;"Allora, hai deciso cosa fare con tuo figlio? Lo porterai a Riga a studiare? Lo capisco sai, quella fattoria ormai, che ci fate voi due da soli.. Qui non c'è nient'altro che campi, e fatica. E bestie da tirar su."&lt;br /&gt;"Non so dirti Edmunds. C'è questa estate qui davanti, speravo mi segnasse una strada da fare. Eppure stasera ci è presa una voglia impellente di montare il calesse e fare il giro dei falò qui intorno. Arturs è una trottola, non riesce più a fermarsi un attimo, da quel giorno. Mi sembra abbia bisogno di respirare quest'aria libera, questo paesaggio di orizzonti. E' una cosa strana, sai. Ma restare qui, ci dà l'illusione che lei sia ancora vicina a noi. E' una sensazione che ci fa un male assurdo, ma di cui non sappiamo fare a meno. Io lo so che ce ne dovremmo andare, che non dovrei legare Arturs a questo cappio di ricordi. Ma dimmi tu, che ce ne facciamo di una vita qualsiasi a Riga? Diventeremmo altri due alberelli tristi di città, in attesa di scappare ogni giorno di festa per queste campagne. Lei ci chiamerebbe comunque."&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" align="justify"&gt;Fecero anche loro un fuoco, infine. Arturs mise le stoppie e le fascine ed Edmunds gli fece accendere la grande pila.&lt;br /&gt;Milda si mise a cantare sottovoce una canzone di &lt;em&gt;Ligo&lt;/em&gt;. Si sentiva un sottofondo frusciante di sterpi che bruciavano, e quella lenta melodia incantata.&lt;br /&gt;Arturs correva intorno al fuoco, allargando le braccia come un airone in volo. Infine si posò a terra, esausto. Viktors lo prese in collo, se lo adagiò sopra le gambe, e lo osservò mentre si addormentava. Questo non finiva di esser bello.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2626825943269391920-5102371383180286191?l=nelretrobottega.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/feeds/5102371383180286191/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2626825943269391920&amp;postID=5102371383180286191' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/5102371383180286191'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2626825943269391920/posts/default/5102371383180286191'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://nelretrobottega.blogspot.com/2008/08/una-corsa-intorno-al-fuoco.html' title='Una corsa intorno al fuoco'/><author><name>Bartleboom</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00941006233810190844</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='26' src='http://4.bp.blogspot.com/_nTdjoi04Htk/SSERp8OFBcI/AAAAAAAAAN0/fcAjFyCmNlE/S220/bartleboom.jpg'/></author><thr:total>10</thr:total></entry></feed>
